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Gay & Bisex

Il cazzo di Riccardo


di Membro VIP di Annunci69.it ToroRm2020
04.10.2025    |    9.897    |    10 9.6
"Mi guardò con un sorrisetto e mi resi conto che aveva capito cosa avevo appena fatto..."
Tanti anni fa mi trovai di fronte a una scelta: allora ero un ragazzino di quattordici anni ed ebbi paura, ma in seguito ripensai spesso a come erano andate le cose chiedendomi cosa sarebbe successo se avessi deciso di accettare la proposta di Riccardo.
Ma facciamo un passo indietro e torniamo a una settimana prima di quel pomeriggio, al giorno in cui io e Pino eravamo a casa di Riccardo mentre lui sfogliava un’enciclopedia in cui c’era una sezione dedicata all’educazione sessuale. Tempo dopo la madre l’avrebbe fatta sparire, ma quel giorno potevamo ancora guardare quei corpi nudi e belli.
Mentre guardava alternativamente le figure di un uomo e una donna nudi sul 3º volume dell’enciclopedia, mi accorsi che la sua patta stava raggiungendo dimensioni ragguardevoli.
«Reggi tu il libro» chiese a Pino ad un tratto. «E alterna le due pagine.»
«Perché, che devi fare?» rispose lui, prendendo in mano il libro.
Prima che potessi realizzare quale fosse la sua intenzione, Riccardo tirò giù pantaloni e mutande e il cazzo durissimo svettò libero, leggermente curvo, molto lungo, con le vene in rilievo e la cappella lucidissima e umida di secrezioni.
Mi era già capitato di vedere un grosso cazzo: era successo nello spogliatoio della scuola calcio che avevo frequentato per un po’. Apparteneva a un ragazzo più grande che di cognome faceva Bigoli, un nome una garanzia, visto che si trattava di un arnese davvero enorme. Allora mi ero incantato a fissarlo e tutto lo spogliatoio aveva riso di me. Bigoli doveva aver letto qualcosa nel mio sguardo, quella volta, perché alla prima occasione, in doccia, mi aveva chiesto di raccogliergli un flacone di shampoo. Quando mi ero chinato, guardando in basso per evitare di fissare quel tronco di carne da quasi venti centimetri a riposo che, avevo notato, si stava indurendo, mi aveva chiamato e, appena avevo alzato lo sguardo su di lui, dal basso del mio allora metro e quaranta contro il suo metro e ottanta abbondante da quindicenne supersviluppato, me lo aveva appoggiato sulla faccia, i coglioni sul mento e la cappella quasi tra i capelli. Ero rimasto immobile per almeno una decina di secondi, con l’odore di cazzo sudato nelle narici e le labbra che sfioravano quella carne calda, poi ero scappato via. Da allora non ero più tornato alla scuola calcio.
Ora avevo un altro cazzo duro a meno di trenta centimetri dalla mia mano sinistra, stretta convulsamente sul ginocchio. L’odore di sesso stava saturando l’aria della camera.
«Voglio farmi una sega» disse Riccardo, prendendo l’asta nel pugno che ne lasciava comunque fuori oltre metà.
Rimasi ipnotizzato a guardare la sua mano che scorreva sulla mazza sempre più in fretta, il prepuzio che copriva e scopriva il glande ad ogni movimento, le grosse palle ricoperte di peluria che ballonzolavano frenetiche. Pino intanto girava le pagine prima sull’una poi sull’altra figura ogni pochi secondi.
«Rimani su questa» gli ordinò Riccardo. Si trattava del maschio, rilassato, in forma e con il cazzo a riposo, ben diverso dal suo che mi sembrava sempre più enorme a mano a mano che si segava.
Volevo distogliere lo sguardo per non sembrare troppo interessato ma non ci riuscivo. Il letto su cui eravamo seduti in tre, Riccardo in mezzo e noi due ai lati, tremava a causa della violenza con cui si stava masturbando.
«Tra poco sborro» annunciò Riccardo alzandosi in piedi. Ansimava per il piacere intenso che provava, e sono certo che avere due spettatori costituisse un enorme stimolo per lui.
Ne ebbi conferma un attimo dopo.
«Ti piace il mio cazzo?» mi chiese infatti continuando a segarsi.
Scossi piano la testa in un gesto di negazione, continuando a guardargli il cazzo, ma fui evidentemente poco convincente. Con lui in piedi la sua mazza era all’altezza del mio volto. La cappella era ormai paonazza, i suoi coglioni dondolavano come palle da flipper impazzite.
In quel momento si girò verso di me e con un sospiro di puro godimento e un ultimo colpo violento al bigolo mi inondó la faccia di sborra. Nella foga arrivò a sfiorarmi le labbra con la cappella. Sborrava come un toro, con una violenza almeno pari alle dimensioni del cazzo.
Rimasi paralizzato. Sentivo la sborra colare sulla faccia, sul mento e sulla maglietta bianca che indossavo, e incongruamente pensai che essendo bianca forse non si sarebbe notata. Non riuscivo a muovere un muscolo.
«Dio che sborrata» disse Riccardo con un sospiro di soddisfazione. «La migliore della mia vita.»
«Sei proprio un coglione» lo riprese Pino. «Guarda che cazzo hai fatto!»
«A lui piace! Hai visto come guardava? Vero che ti è piaciuta la mia sborrata?»
«Coglione» ripeté Pino. «Vai a lavarti» aggiunse poi rivolto a me.
Ritrovai il controllo del mio corpo quel tanto che bastava per arrivare in bagno. Mi guardai allo specchio: la faccia era coperta di sborra ancora più di quelle delle ragazze dei giornaletti porno che mi era capitato di vedere in passato. Avevo le labbra ricoperte di crema densa e bianca, ancora calda. Senza neanche rifletterci tirai fuori la lingua e la leccai. Il sapore era strano ma non sgradevole. Raccolsi con le dita e leccai finché non ebbi ingoiato tutto. Sentivo la faccia tutta appiccicosa e mi vergognavo da morire.
Riccardo mi aveva sborrato in faccia e io invece di prenderlo a pugni avevo leccato via tutto come una cagna.
Prima che potessi lavarmi lui entrò in bagno, i pantaloni ancora abbassati, il cazzo, ora molle, a penzoloni.
Mi guardò con un sorrisetto e mi resi conto che aveva capito cosa avevo appena fatto. Arrossii violentemente e non dissi nulla.
Con calma, prese in mano il cazzo e cominciò una lunghissima pisciata emettendo un gemito di soddisfazione. Lo guardai pisciare, o meglio, guardai la piscia uscire dal suo suo cazzo per tutto il tempo, e mi resi conto con orrore e vergogna di essere eccitatissimo. Probabilmente Riccardo se ne accorse perché abbassò lo sguardo sulla mia patta gonfia da scoppiare.
«Scusami» disse piano. «Avevi una faccia così arrapata che non ho resistito.»
Arrossii di nuovo.
«Hai della sborra sul mento» mi disse passandomi accanto per uscire e, senza neanche fare il gesto di lavarsi le mani, con l’indice la raccolse e me la infilò in bocca.
La sua mano aveva un fortissimo odore di cazzo.
Rimasi in bagno altri dieci minuti senza decidermi a lavarmi, poi mi sfregai il viso con tanta forza da renderlo gonfio e arrossato. Nonostante il lavaggio quasi compulsivo, sentivo ancora la sborra bollente che mi colava sulla faccia.
Non parlammo più di quella storia nei giorni successivi, ma la mia mente si rifiutava di pensare ad altro.
Poi arrivò quel pomeriggio fatale in cui mi trovai di fronte a una scelta.







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